Friday, February 16, 2007

10 SETTEMBRE 2001:
IL GIORNO MANCATO
…mi venne da pensare che quell’orrore a cui avevo appena assistito era… una buona occasione.
Tutto il mondo aveva visto. Tutto il mondo avrebbe capito. L’uomo avrebbe preso coscienza, si sarebbe svegliato per ripensare tutto: i rapporti fra Stati, fra religioni, i rapporti con la natura, i rapporti stessi fra uomo e uomo. Era una buona occasione per fare un’esame di coscienza, accettare le nostre responsabilità di uomini occidentali e magari fare finalmente un salto di qualità nella nostra concezione della vita. […]Lessi i quattro paginoni e mi prese una gran tristezza. Ancora una volta m’ero sbagliato. Altro che buona occasione! L’11 settembre era stata l’occasione di svegliare e aizzare il cane che è in ognuno di noi. Il punto centrale della risposta di Oriana era non solo di negare le ragioni del nemico, ma di negargli la sua umanità, il che è il segreto della disumanità di tutte le guerre.
Tiziano Terzani Lettere contro la guerra

Vercingetorige, il grande avversario De Bello Gallico VII, 4
La terza parte del ritratto è dedicata al comportamento di Vercingetorige come comandante supremo: egli non vuole correre il rischio di rimanere da solo dopo le prime inevitabili difficoltà, per cui la sua gestione è crudele e autoritaria, tale da convincere tutti a mantenere fede sino in fondo all’impegno unitario. Nel ritratto tracciato da Cesare è evidente lo sforzo di dimostrare che la rivolta non aveva radici in un odio antiromano generalizzato,
ma nasceva dalla volontà di pochi facinorosi trascinati da una testa calda, in aperta opposizione alla classe dirigente.
Flocchini – Bacci Guerra e pace - Bompiani editore
Ma quali sono i mezzi utilizzati da Cesare per deformare abilmente la realtà a proprio vantaggio?
A questo scopo servono gli accorgimenti tecnici e stilistici usati dallo scrittore nella costruzione del periodo: gli ablativi assoluti, le proposizioni circostanziali che precedono la notazione di un’azione mal riuscita impediscono al critico, con la loro preventiva giustificazione o compensazione, di puntare il dito sul lato debole della situazione. Ma Cesare non rischia di accusarsi, scusandosi: i fatti che debbono giustificarlo, li presenta in primo luogo come elementi necessari al racconto e nella prospettiva così artificiosamente creata l’evento suscettibile di critica si ammanta di una sua logica e naturale consequenzialità, date quelle premesse. …Altre volte invece, pur anteponendo la giustificazione di un fatto alla sua constatazione, Cesare commette alla principale l’ufficio di enunciare una attenuante specifica ed alla secondaria quello di registrare l’incidente spiacevole, secondo un rapporto di causa ed effetto, che si avvale ordinariamente della proposizione consecutiva, ma non rinuncia ad altre categorie di sintagmi. …
Giovanni Pascucci Lettura di Cesare
Lettera da Firenze
L’affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino — un marchio che è anche una protezione —, lo condanna all’esilio dove quello fonda la prima città. [Secondo una leggenda afghana, quella città è Kabul. (N.d.A.)] La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio.
Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.
Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo i soli protagonisti e i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. Il mondo degli altri non viene mai rappresentato.
A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto, invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle Tigri Tamil, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di Hamas che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati, e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’imperatore.
I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli — fortunatamente — sono nati, per cui non dobbiamo scrivere loro lettere postume, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.
Tiziano Terzani Lettere contro la guerra
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